Perché il miracolo tedesco non è merito dei politici di Berlino

E se “il miracolo” tedesco fosse soltanto “un mito”? Se la classe politica della prima economia dell’Eurozona non fosse in realtà così lungimirante come perfino alcuni critici la immaginano? A chiederselo, per una volta, non sono alcuni politici italiani (o di altri paesi mediterranei) in cerca di un alibi per i propri fallimenti, né degli economisti liberal e neokeynesiani à la Paul Krugman, ma opinionisti del Wall Street Journal (il quotidiano edito da Rupert Murdoch, riconosciuto bastione dell’ortodossia fiscale e monetaria) e studiosi di Foreign Affairs (la Bibbia bimestrale per i cultori delle relazioni internazionali, fondata nel 1922 dal Council on Foreign Relations statunitense).
25 GIU 13
Ultimo aggiornamento: 03:24 | 24 AGO 20
Immagine di Perché il miracolo tedesco non è merito dei politici di Berlino
E se “il miracolo” tedesco fosse soltanto “un mito”? Se la classe politica della prima economia dell’Eurozona non fosse in realtà così lungimirante come perfino alcuni critici la immaginano? A chiederselo, per una volta, non sono alcuni politici italiani (o di altri paesi mediterranei) in cerca di un alibi per i propri fallimenti, né degli economisti liberal e neokeynesiani à la Paul Krugman, ma opinionisti del Wall Street Journal (il quotidiano edito da Rupert Murdoch, riconosciuto bastione dell’ortodossia fiscale e monetaria) e studiosi di Foreign Affairs (la Bibbia bimestrale per i cultori delle relazioni internazionali, fondata nel 1922 dal Council on Foreign Relations statunitense).
L’adagio con cui comunemente si spiega l’eccezione tedesca è noto: già nei primi anni 2000 Gerhard Schröder, cancelliere socialdemocratico, avviò riforme strutturali radicali che toccavano il Sozialstaat (o stato sociale), prevedendo l’innalzamento dell’età pensionabile e la revisione dei criteri per accedere al sussidio di disoccupazione. Riforme impopolari, proseguite poi dal 2005 al 2009 con la Grosse Koalition guidata da Angela Merkel, che oggi consentono all’economia di Berlino di muoversi in controtendenza rispetto al resto dell’Eurozona (ancora a giugno l’indice Ifo, uno dei principali barometri dell’economia tedesca, è salito fino a 105,9 punti, segnalando prospettive rosee per il paese). Da questo schema discende tanta parte dell’attuale politica dell’Eurozona: più i politici italiani, i francesi, gli spagnoli assomiglieranno ai loro colleghi tedeschi, più le loro economie torneranno in salute. Secondo Foreign Affairs, però, il “senso comune” sulla recente storia tedesca rischia di essere fuorviante: “Il conservatorismo fiscale e le riforme strutturali da soli non spiegano la crescita guidata dall’export della Germania – scrivono Kimberly Morgan e Alexander Reisenbichler della George Washington University – Questa crescita è infatti in larga parte il prodotto degli aggiustamenti intervenuti nelle relazioni tra padroni e lavoratori che hanno rinvigorito le industrie tedesche”.
Che i politici tedeschi non siano i veri artefici del boom nazionale, secondo gli studiosi della George Washington University, sarebbe dimostrato da due fattori. Innanzitutto, ben prima delle riforme Hartz, le imprese manifatturiere tedesche avevano cominciato a imporre un contenimento dei salari e una maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro, con il “consenso dato di malavoglia dai sindacati”. In cambio di richieste durissime, gli imprenditori garantirono il mantenimento del posto di lavoro. Le imprese, rese così più competitive, hanno definitivamente spiccato il volo grazie a “un euro relativamente debole rispetto a quello che sarebbe stato in condizioni migliori dell’economia europea, o comunque rispetto alla forza che avrebbe avuto il marco”. Detto altrimenti: “Il paese deve molta parte del suo rimbalzo economico alla specifica struttura dell’Unione monetaria europea, oltre che alle conseguenze della crisi dell’euro sui mercati finanziari e del lavoro”. Secondo l’articolo di Foreign Affairs, infatti, i capitali degli investitori, così come molti immigrati qualificati, “stanno affluendo nel paese dal resto dell’Europa per fuggire dalle condizioni tremende che Merkel e i tecnocrati dell’Ue hanno contribuito a creare attraverso il loro focus esagerato sull’austerity, sulle riforme strutturali e sulla stabilità dei prezzi”. Nel saggio si cita, per esempio, lo studio del Kiel Institute secondo cui Berlino, tra 2009 e 2013, avrebbe risparmiato 80 miliardi di euro sul pagamento degli interessi sul debito sovrano.
Raymond Zhong, del board degli editorialisti del Wall Street Journal, quotidiano solitamente in sintonia con le scelte rigoriste di Berlino, la settimana scorsa ha scritto invece che larga parte di quanto discusso dall’establishment tedesco alla vigilia delle elezioni di settembre è costituito da “sciocchezze auto compiacenti”. Zhong propone soluzioni choc per i paesi in difficoltà come il nostro, a partire da una ristrutturazione del debito pubblico, e critica “la soluzione preferita di Berlino per il sud, cioè un’estenuante marcia deflazionistica, un atto di ribilanciamento che restringe il gap di competitività ma, in maniera perversa, rende anche il debito esistente più difficile da sostenere”. Soprattutto, per l’editorialista, colpisce la convinzione dei politici tedeschi secondo cui l’architettura dell’euro finora ha sostanzialmente “funzionato”. Nemmeno la crisi greca, si stupisce Zhong, li ha spinti a rivedere certe convinzioni. Merkel continua col mantra dei “kleine Schritte”, o piccoli passi, ma “il più delle volte i ‘piccoli passi’ ti portano da nessuna parte, e lentamente”. Non proprio un complimento per gli irreprensibili politici tedeschi.